Il Giappone di Enomoto Takeshi e il “brescianismo” di Monsignor Gherardi nella Roma pre fascista, tra sedute medianiche e invenzioni bizzarre.

Il titolo pare porsi a metà tra un articolo di epoca fascista pubblicato sulla rivista dell’Istituto Nazionale di Studi Romani e un film di Lina Wertmüller, uno di quelli con i titoli lunghissimi, forse perché il vero nome della regista era altrettanto lungo, Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich. E invece è un tentativo di razionalizzare i motivi che stanno a monte della realizzazione del nuovo romanzo di Fabrizio Ghilardi che si intitola Le avventure romane di Enomoto Takeshi e di provare a fornirne una spiegazione per arrivare a valle. Diciamo subito che il romanzo non è un libro sul Giappone anche se, considerato che il protagonista è un giapponese, Idrovolante Edizioni lo ha collocato nella collana Sedici Raggi dedicata proprio alla terra del Sol Levante. In Italia basta essere stati una volta in Giappone che si è subito esperti di cultura giapponese: non è il caso di Ghilardi, anche perché in Giappone non c’è mai stato. Non si tratta neppure di una classica operazione volta a spiegare la particolarità della mentalità giapponese attraverso il confronto con le culture extra-giapponesi, in particolar modo europee e statunitensi. Il termine corretto dovrebbe essere nihonjinron che significa “teorie sui giapponesi”, anche nel caso in cui esse venissero formulate da autori non giapponesi che però condividano l’insieme di testi di sociologia e di psicologia che spiegano quanto particolari siano la cultura e la mentalità del Giappone. Andava detto, tanto più che la conoscenza del Giappone da parte di Ghilardi è limitata a un discreto numero di saggi e di romanzi ma non alla fruizione diretta di luoghi e spazi e nemmeno della lingua. Sempre che sia utile, allora, vale la pena di inquadrare il romanzo negli schemi che hanno portato alla sua realizzazione e non è un’operazione semplice perché diversi sono i filoni letterari che lo ispirano e che hanno formato l’autore. Probabilmente il romanzo si potrebbe iscrivere in un filone ottocentesco che Antonio Gramsci non esitò a definire “brescianismo”, termine dispregiativo coniato sul cognome del padre gesuita Antonio Bresciani, acceso avversario del liberalismo risorgimentale e del romanticismo, autore di un importante filone apologetico della cultura e della morale cattolica. E allora se Gramsci dal carcere sui quaderni lamenta il proliferare dei nipotini del Bresciani portatori di “sagrestanesimo, aristocraticismo innato, paternalismo gesuitico” (quando i gesuiti non erano quelli di oggi) ecco Ghilardi diventare un degno nipote del padre Bresciani in quanto autore di un libro illiberale, perché nel romanzo al giapponese si affianca la figura di un monsignore romano che racconta a Enomoto Takeshi (e al lettore), quanto vi sia da sapere circa i Novissimi, la morte, il giudizio particolare, il paradiso o l’inferno. Enomoto Takeshi, dal canto suo, è un personaggio surreale, come spesso altrettanto surreali sono i dialoghi e gli eventi narrati. Insomma, per certi versi Enomoto Takeshi è un personaggio da letteratura fantascientifica, ma altrettanto ha domande e istanze del suo tempo, affascinato dall’ignoto, dalla ricerca della vita dopo la morte, e dallo spiritismo. Egli sfida il costume dell’epoca, le convinzioni e le sovrastrutture imposte dai condizionamenti borghesi di primo Novecento e ipotizza varchi spazio temporali, mondi paralleli e apparecchi come il cronovisore che nei primi anni Settanta del secolo scorso fu attribuito a padre Pellegrino Ernetti, un monaco benedettino italiano che però non fornì mai alcuna prova concreta della sua invenzione. La storia narrata nel romanzo di Ghilardi è ambientata nel 1908, un tempo lontano dalla prospettiva del lettore ma che appare ignoto quanto un tempo futuribile perché Enomoto Takeshi si trova a esplorare un mondo che noi non vediamo ma che è esistito, ovvero la Spina di Borgo, Piazza Montanara, il Quartiere Alessandrino, tutte zone di Roma sparite lentamente tra la presa di Roma e il ventennio fascista e che rendono la storia piacevolmente irreale e la inquadrano in un filone surrealista che dal Tristram Shandy di Sterne arriva Flann O’ Brian, passando per la patafisica di Jarry e di Boris Vian. Surreale come l’acernatore, bizzarra invenzione di Enomoto Takeshi, che egli definisce una sorta di potenziometro di intensità che va collegato al Phonoakustischer Repeater tramite un adattatore e un convertitore di onde elettromagnetiche, costituito da un antenna simile a un dipolo hertziano, collegato a delle sfere metalliche che fungono da serbatoi per le cariche. Con buona pace di Gramsci.

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